My way: 

Dalla Valposchiavo al Nepal in sella a una bicicletta

 = 150 giorni in giro per il mondo

 


Lorenzo Heis, di 31 anni, è nato e cresciuto in Valposchiavo. Per gli studi si è trasferito a San Gallo e poi, per lavoro, a Zurigo. Un occhio rimane però sempre rivolto verso la Valposchiavo, alla ricerca di nuove opportunità. A fine 2017 ha fatto un viaggio di cinque mesi con partenza da Poschiavo e arrivo in Nepal. Per questo viaggio Lorenzo ha scelto la bicicletta invece di un compagno, strade sconosciute invece di un biglietto aereo.

1. Come tutto ha avuto inizio

In molti si chiederanno come si arriva ad avere un’ idea del genere. Pur essendo consapevole e avendo già incontrato in giro per il mondo ciclisti di lunga distanza, fino a quattro anni fa non mi sarei mai nemmeno potuto immaginare che un giorno io stesso mi sarei trovato in questa situazione.

Il tutto ha avuto inizio in seguito ad un incidente con il parapendio. Discutendo con il chirurgo che mi ha operato alla schiena su quali sarebbero state le mie prospettive di guarigione ho capito che con molta probabilità non avrei più potuto dedicarmi a sport di resistenza come una maratona. Di conseguenza ho visto svanire quello che era il mio sogno fin da piccolo: conquistare le vette degli 8000 ruggenti. Il dottore mi ha però anche informato che presto sarei stato in grado di usare la bicicletta, dapprima in palestra e in seguito anche fuori. Così sempre ancora ricoverato in ospedale ho cominciato a fantasticare sul fatto di recarmi ai piedi di queste maestose cime utilizzando soltanto la bicicletta. Il tutto si combina con il desiderio di vedere il maggior numero di posti possibili, viaggiando in modo flessibile, con un budget contenuto e in un modo rispettoso dell’ambiente. Infine, c’era anche la curiosità di scoprire se sarei stato in grado di intraprendere un’avventura simile in solitaria.

Dimesso dall’ospedale ho iniziato a pianificare il viaggio. Il tutto in partenza era più un passatempo o una scusa per non rimettermi a scrivere la tesi di laurea. Avendo individuato un percorso a caso, dove dopo ogni 140 km al massimo ci fosse stata una località in cui potermi rifornire, sapevo che in un modo o nell’altro la cosa sarebbe stata fattibile e che, strada percorrendo, sarei riuscito a pianificare nei dettagli il proseguimento del mio viaggio. Ero consapevole però che il tutto necessitava di una certa flessibilità, perché in alcuni Paesi che intendevo attraversare la situazione politica è instabile e tutto può cambiare da un giorno all’altro creando problemi per visti e permessi per l’accesso.

La routine quotidiana e il mondo del lavoro hanno però poi preso il sopravvento e l’idea di intraprendere il viaggio è finita temporaneamente nel dimenticatoio. Solo alcuni mesi più tardi ho realizzato che le mie condizioni fisiche erano ritornate praticamente ai livelli che avevo prima dell’incidente e che probabilmente l’intenzione di effettuare questo viaggio mi aveva aiutato a recuperare. Pertanto, sarebbe stato giusto intraprendere il viaggio come segno di ringraziamento alla vita. Mi è sembrato anche il momento opportuno in quanto non avevo ancora famiglia o impegni professionali inderogabili.

Così sono iniziati i preparativi veri e propri. Vestiti per tutte le stagioni, tenda, materassino, sacco a pelo, fornellino a gas e un piccolo pannello solare sono la mia garanzia e mi permettono nel peggiore dei casi di essere completamente autonomo ovunque. Mancava soltanto la bicicletta. La scelta e le offerte presenti sul mercato sono immense, e trattandosi per me del primo viaggio di questo genere non avevo ancora nessuna idea riguardo a ciò che facesse esattamente al mio caso. Dopo aver visitato vari negozi e innumerevoli letture ero ancora indeciso. Alla fine, un mio amico mi ha proposto di noleggiare la sua bicicletta, cosa che ho accettato senza esitare in quanto credo e condivido la filosofia della “sharing economy”.

2. Da Poschiavo a Baku – 

Riscaldamento e apprendimento

Avendo solo 5 mesi di vacanze non pagate a disposizione all’inizio è stata mia premura allontanarmi il più in fretta possibile dalle Alpi, lasciandomi così alle spalle quello che sarebbe stato l’arrivo dell’inverno e avrebbe potuto rallentare la mia tabella di marcia. Il percorso scelto segue linee naturali. Dapprima ho seguito il fiume Inno, che confluisce nel Danubio e sfocia nel Mar Nero. Una volta arrivato al Mar Nero ho seguito la costa in direzione della Georgia che ho attraversato ai piedi della catena montuosa del Caucaso alla volta dell’Azerbaijan. Dopo 50 giorni e 5000 km percorsi ho raggiunto la capitale Baku, situata sul Mar Caspio. Sono stati giorni molto intensi. Gli unici giorni non passati in sella alla bicicletta lì ho utilizzati per girovagare a piedi per le città di Bratislava, Budapest, Novi Sad, Sofia, Plovdiv, Istambul, Tiblisi e infine Baku.

Durante questa tappa, in un ostello in Serbia ho avuto la fortuna di incontrare Oscar, un ragazzo australiano di 21 anni che andava da Londra a Istanbul con un decimo del mio equipaggiamento. Avendo la stessa meta abbiamo deciso di provare a pedalare per alcuni giorni assieme. Ogni incontro ha contribuito a cambiare la dinamica del viaggio e ad arricchire il mio bagaglio di esperienze. Oscar era abituato a pedalare anche fino a tarda serata e al buio, così ho cominciato anche io ha temere meno i rischi del traffico notturno. Questo mi ha portato, dopo che le nostre strade si sono divise, a pedalare per l’intera notte sulla costa del Mar Nero. La soddisfazione di ammirare l’alba in sella alla bicicletta miscelata con la stanchezza di una notte in bianco è una cosa indimenticabile. Non riesco a descrivere quello che stava succedendo in quel momento al mio corpo, ricordo solo che appena il sole era già alto all’orizzonte mi sentivo fresco, rigenerato, quasi rinato, come se mi fossi appena risvegliato da un lungo letargo. Al punto da realizzare che dovevo continuare, superare il mio record personale, perché smettere di pedalare alle 9 di mattina sarebbe stata una giornata sprecata.

Sulla strada prima di Tiblisi invece sono stato approcciato da Marc, ciclista spagnolo partito da casa alla volta dell’Australia. Stava bevendo un tè con degli operai al lato della strada e appena mi ha visto mi ha fermato e sottoposto al terzo grado (rito sempre molto spontaneo quando degli avventurieri in giro per il mondo si incontrano!) Ci si scambiano informazioni, esperienze, si paragonano le biciclette e il materiale e ci si danno consigli sui tratti di strada che vale la pena percorrere o schivare o posti che si devono assolutamente visitare. Con Marc invece decidiamo di proseguire assieme. Per entrambi la prossima grande meta è Baku, in Azerbaijan. Da lì lui intende prendere un traghetto per recarsi in Kazakistan invece la mia intenzione è quella di seguire la costa del Mar Caspio alla volta dell’Iran. Con Marc dopo tre o quattro ore di bicicletta la siesta diventa d’obbligo! I chilometri percorsi calano, imparo però ad accettare inviti per bere il tè, per mangiare e anche per dormire. Marc in questo senso era un mago, e quando la meteo era instabile riusciva sempre a fare in modo di farsi ospitare da qualcuno ed avere un tetto sopra la testa.

In questa prima fase del viaggio, Plovdiv, in Bulgaria, è stata la città che mi ha colpito maggiormente; è una città ricca di storia e di cultura, che è riuscita ad integrare in modo eccezionale i bisogni moderni con i ritrovamenti delle civiltà passate. Invece la Georgia mi è rimasta impressa in quanto si tratta di un paese bellissimo, che va dal mare alle montagne: hanno del buon vino e del buon cibo, tanto verde, la gente è ospitale, c’è poca burocrazia ed è aperto al mondo.

3. Iran – Immersione culturale

Prima di entrare in Iran i miei pensieri erano divisi. Da una parte avevo incontrato ciclisti che mi avevano assicurato che attraversare l’Iran sarebbe stata un’esperienza indimenticabile e che sarei rimasto incantato dalla bellezza e dalla diversità di questo paese e dall’ospitalità dei suoi abitanti. Dall’altra parte le notizie che si leggono sui giornali che tendono a mettere in cattiva luce la Repubblica Islamica dell’Iran mi lasciavano un po’ di perplessità.


A causa delle sanzioni americane che bloccano i flussi di capitale attraverso l’Iran e che quindi impediscono l’utilizzo di carte di credito o il prelievo di contanti ai bancomat agli stranieri ho dovuto portarmi una discreta somma di denaro in modo da riuscire a far fronte a tutte le spese durante l’attraversamento del paese. Passata la dogana senza troppi contrattempi mi sono subito messo alla ricerca di una possibilità per convertire una piccola parte di valute forti in valuta locale. Per la prima volta durante il viaggio ero molto diffidente in quanto le informazioni in mio possesso rendevano attenti su delle usanze per le contrattazioni tutte particolari e su di un sistema di valutazione parallelo. Sono comunque riuscito a limitare i danni e dopo vari piccoli acquisti ho capito il funzionamento del loro sistema.

La prima notte in tenda in riva al mare è andata bene. Al mattino mi sono trovato una persona davanti alla tenda con una caraffa di tè. Non so ancora adesso se effettivamente mi voleva offrire da bere o se passava lì per caso e voleva semplicemente sapere che cosa facevo… Bisogna dire che una volta passato il Bosforo, o la linea naturale che separa il continente europeo da quello asiatico in strada non si trova praticamente più nessuno che parli inglese. Ci si ritrova così catapultati ad un livello di gioco superiore. La seconda notte ero ospite a casa di un membro di “Warmshowers”, un’applicazione per lo smartphone che ti permette di contattare persone disposte ad ospitarti a casa loro o a mostrarti le particolarità della loro città. È stata una persona gentilissima ed è riuscito a rassicurarmi su tutte quelle che potevano essere le mie ansie da viaggiatore in questo paese ancora sconosciuto. Mi ha portato nel ristorante di un suo amico e fatto conoscere le pietanze tipiche di quella regione. Il giorno dopo si è preso una mezza giornata libera per aiutarmi ad organizzare una cartina SIM e ad attivarla e per aiutarmi a cambiare soldi ad un corso più favorevole che viene applicato alle persone residenti. Inoltre, si è dato la premura di aiutarmi a cercare nuovi compagni di viaggio, essendo lui in contatto con altri ciclisti intenzionati poi a pernottare da lui. Questo sforzo di trovare altri ciclisti non ha però dato l’esito sperato.

La prossima importante sfida era quella di superare la catena montagnosa dell’Alborz, che mi separava da Teheran. Mentre mi avvicinavo ai piedi del passo tenevo occupata la mia mente cercando di immaginarmi chi sarebbero stati i miei prossimi compagni di viaggio. Essendomi separato dallo spagnolo da ormai parecchi giorni cominciavo a sentire un po’ di solitudine. Niente che mi impedisse di andare avanti ma semplicemente dopo due mesi in strada senza incontrare facce familiari ho incominciato a realizzare che viaggiando in compagnia si hanno parecchi benefici, e che invece da solo comincia ad essere tutto un po’ monotono. Inoltre ero molto incerto su come proseguire il mio viaggio dopo l’Iran. 

È li che ho incontrato il vecchio John, vecchio per il suo aspetto e per i suoi 71 anni, ma non per il suo spirito e per le sue intenzioni. Era alla ricerca di un passaggio per superare anche lui il valico. Stava andando dal suo paese natale, la Scozia all’India principalmente servendosi dell’autostop. Impressionato dalla sua impresa e dai suoi racconti ho appreso che aveva incontrato e che era sempre ancora in contatto con due ragazzi tedeschi in bicicletta anche loro sulla rotta per Teheran. Ho così tentato la mia fortuna e gli ho chiesto se mi avrebbe potuto mettere in contatto con loro. Così è stato, tre giorni dopo mi hanno contattato e abbiamo fissato un incontro nella città più caotica e affollata dell’Iran. Per aspettarli sono uscito per la prima volta dal mio schema. Fino ad allora non avevo mai dormito per più di due notti nello stesso posto. 

Ma l’attesa ne è assolutamente valsa la pena. Con Robert e Florian eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Nell’attesa di Jackob, un loro amico che li raggiungeva per pedalare tre settimane in Iran, abbiamo sfruttato il tempo per fare un servizio completo alle biciclette. Cosa per la quale io non avevo ancora trovato il tempo o la necessità. Ha avuto inizio così il periodo più dinamico e bello di tutto il viaggio. In un gruppo così grande si è molto più sicuri, c’è sempre qualcuno a vegliare sulle biciclette, i posti per pernottare in tenda non devono essere così isolati e anche 200km di diserto senza la possibilità di rifornirsi non sono più un problema. Era un sogno, sembravamo dei cavalieri medioevali che vagavano per la vecchia Persia alla conquista di un castello dopo l’altro prima di raggiungere e sferrare l’attacco alla sua antica capitale Persepoli. Tutte le persone che incontravamo per strada erano affascinate dal nostro passaggio. Più volte al giorno ci chiedevano da dove venivamo e dove eravamo diretti rimanendo incantati dai nostri racconti. Anche lì quasi tutti hanno un telefono in tasca e ci chiedevano di poter immortalare quel momento per loro tanto particolare. Più volte al giorno ci offrivano cibo, in particolar modo frutti. La loro tradizione vuole che si comportino in modo particolarmente generoso nei confronti dei viaggiatori.

4. Dubai e Oman

Inizialmente volevo attraversare il Pakistan per poi raggiungere l’India e da lì spostarmi in Nepal. In quanto la situazione in Pakistan è mutata dopo la mia prima pianificazione per motivi di sicurezza e anche a causa dei lunghi tempi di attesa per ottenere il visto, ho deciso di pedalare fino al sud dell’Iran. Da lì ho scavalcato il Golfo Persico alla volta di Dubai. È sbalorditivo come la città ha cambiato volto dal mio passaggio dieci anni prima. Il lusso ha però il suo prezzo. In quattro giorni in questa città degli eccessi ho speso tanto quanto in due mesi attraverso l’Iran. Ma quale delle due esperienze ha avuto più valore per me o mi ha arricchito maggiormente? Diciamo che negli Emirati Arabi non sarei disposto a rimanere più di una settimana, mentre in Iran ritornerei subito, e sono sicuro che troverei molti altri angoli dimenticati dalla globalizzazione da scoprire. Differente invece è stata la mia percezione dell’Oman. Il paese si presenta in modo molto più genuino. Il tempo a mia disposizione era purtroppo limitato e quindi per raggiungere la metropoli Mascate ho optato per la strada piana e veloce seguendo la costa, che però non è stato niente di mozzafiato come lo sarebbe stato passando per le montagne. La posizione di questa città portuale e la sua costruzione tra gli scogli la rendono un capolavoro che vale la pena di visitare.

5. India - Difficoltà e paure

Difficoltà nel mio caso la ritengo una parola grossa, ma attraversare l’India è stato con certezza il tratto che mi ha messo maggiormente alla prova. Dietro alla vivacità dei colori si nasconde una profonda tristezza. In strada si capisce subito perché è uno dei paesi più affollati al mondo con un’altissima densità di popolazione. La povertà, i rifiuti, l’odore, il caos, il rumore, il traffico e le mucche sulla strada fanno da padroni. La polvere e le strade piene di buchi e raramente asfaltate rendono l’avanzamento molto pesante. Qualcosa di cui sicuramente avrei potuto fare a meno durante il viaggio sono l’inquinamento e lo smog presenti nell’aria! Più ci si allontana dalla Svizzera e dalle montagne più la qualità dell’aria peggiora. Pedalando nei centri in India ci si accorge come lo smog dia fastidio alla respirazione e rallenti il tuo corpo. Trovare un posto disabitato dove piazzare la tenda e passare la notte in tranquillità risulta una missione quasi impossibile. Così dopo aver visitato il Taj Mahal, una delle sette meraviglie del mondo moderno, ho preso la strada più breve che mi portasse alle alture e all’aria fresca del Nepal.

6. Nepal – Alla fine ma non l’ultimo 

Un altro motivo per cui avevo deciso di partire era la volontà di dare un contributo al paese che è stato scosso dai terremoti, dedicandomi al volontariato una volta raggiunto il posto. Una coppia di olandesi conosciuti durante la cena di Natale in Iran si recava in Nepal in una piccola cittadina per aiutare a costruire un dormitorio per le ragazze che frequentavano l’università. L’idea era quella di raggiungerli e di aiutarli anche io per una settimana con i lavori di costruzione. Purtroppo, l’inizio dei lavori è stato posticipato e così il mio intervento non è stato possibile. Mi è cosi rimasto un bel po’ di tempo per ammirare le montagne che sognavo di scalare e per osservare me stesso in tutta tranquillità.

La gente in Nepal è molto vivace, allegra e accogliente. Quello che intraprendono per sopravvivere con i limitati mezzi a disposizione ha a dir poco dell’incredibile. Le strade sono ripide come non le avevo ancora viste fino a quel momento, ma la meta finale è vicina e so che è solo una questione di tempo. Durante il viaggio ho imparato che se c’è una strada vuol dire che circolano delle automobili. E dove arrivano le automobili prima o dopo riesco ad arrivarci anche io in bicicletta, e in molti casi anche ad andare oltre. Con questo pensiero concludo il mio racconto. Ci sono ancora molti posti da scoprire, strade da percorrere e avventure indimenticabili da vivere, basta trovare un po’ di coraggio e partire. Questo sicuramente non è stato il mio ultimo viaggio.

7. Riflessioni

Invito tutti a utilizzare maggiormente la bicicletta per spostarsi. Si arriva quasi dappertutto, è il primo mezzo di trasporto che ogni bambino impara ad utilizzare, non necessita la patente per essere guidata, i costi e la manutenzione sono minimi e più importante di tutto: non inquina!


Inoltre è possibile votarmi sulla lista numero 7 dei Giovani Verdi Liberali Grigioni per le prossime elezioni al Consiglio Nazionale del 20 ottobre 2019. I mie temi centrali sono: Protezione climatica + Innovazione + Riforma previdenziale. 


Grazie mille

Lorenzo Heis



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